A due anni dall’inizio della pandemia molte cose sono cambiate, soprattutto nella società e nei rapporti con il prossimo. Inizialmente andavano di moda gli slogan recitati fino allo sfinimento come: “ne usciremo tutti più uniti” o “sarà un’opportunità per diventare delle persone migliori”, ma così non è stato.
Sfiducia nel prossimo e istinto di autoconservazione si sono insinuati nelle nostre vite e quelle barriere sociali che si sperava potessero essere abbattute sono diventate più alte che mai.
Durante questi due anni, eventi come l’uccisione di George Floyd e attacchi alle comunità asiatiche hanno riacceso tematiche latenti non affrontate con serietà da troppo tempo.
Gli effetti di una politica d’odio d’epicentro americano si sono fatti sentire anche in Italia, con attacchi di minor portata ma pur sempre presenti.
Molte persone si sono trovate in situazioni sconosciute, spesso lontane da casa e bloccate in quarantena in un paese straniero, sopportando il peso di doversi rapportare con persone che non li riconoscono come individui appartenenti alla propria realtà.
Molte altre persone di origine asiatica, nate e cresciute in Italia, si sono viste respinte dal loro stesso paese perché viste come untori. Stesso trattamento riservato in seguito ai tanti italiani residenti all’estero, in quanto prima nazione per numero di contagi durante i primi mesi di allerta sanitaria.
Comportamenti che in seguito si sono estesi ad ogni singolo individuo riconosciuto come “estraneo” alla propria cerchia. Minimo comun denominatore di queste storie è il senso di appartenenza territoriale o sociale che spesso non coincide con il paese di origine.
Riaprendo il dibattito si sono potuti evidenziare molti problemi “nascosti sotto il tappeto”.
Fortunatamente non tutto è andato male, in questi anni si è riscoperta l’importanza della cooperazione tra nazioni: dallo sviluppo dei vaccini, alle donazioni di materiale di prevenzione, fino ad un aiuto per i paesi economicamente più deboli. unite da un obbiettivo comune, debellare il virus.
L’inclusività e la diversità all’interno di un paese sono stati i temi principali che abbiamo voluto affrontare attraverso la moda nel nostro editoriale A/I. Qui tre modelle di diversa etnia vestono i panni degli stereotipi tipici del paese d’origine delle altre.
Abbiamo voluto sapere cosa ne pensano riguardo alcuni argomenti, ecco cosa ci hanno risposto.
FoL: Ora più che mai l’Italia ha un elevato numero di gente proveniente da altri paesi, sia immigrati che residenti. Pensi sia un vantaggio per lo sviluppo del paese? Se si, quali pensi potrebbero essere i vantaggi?
Giulia: Certo, penso che, con un approccio più aperto e accogliente, il contributo culturale e sociale di persone provenienti da altri Paesi non possa che portare ad un’Italia migliore.
FoL: Come ragazza bianca sicuramente non avrai subito atti di razzismo nei tuoi confronti, ti è mai capitato però di assistere a qualche evento in cui una persona di diversa etnia veniva discriminata? Se si, hai avuto la possibilità di intervenire o fare qualcosa in merito?
Giulia: Non personalmente, ma in generale riconosco di essere in una situazione di privilegio che devo utilizzare per permettere a chi subisce una situazione di discriminazione di fare sentire la propria voce.
FoL: Credi che le nuove generazioni siano più sensibili a queste tematiche o anche tra i giovani c’è chi non accetta ancora questa apertura nei confronti del diverso?
Giulia: In Italia, la differenza principale fra la nuova e la vecchia generazione è quella di essere cresciuti in una società multiculturale, e questo lo vediamo sia camminando per strada sia nei media. Quando si vede con i propri occhi l’impatto che certe azioni e parole hanno sui propri amici, compagni o colleghi sicuramente è più difficile adottare o anche scusare comportamenti discriminatori, ma la differenza più grande viene fatta dall’educazione e dal confronto, a prescindere dall’età.
FoL: Il movimento “Black Lives Matter” ha rispolverato delle tematiche che soprattutto in un paese conservativo come l’Italia dovrebbero essere discusse più spesso. Com’è vivere in Italia come persona nera?
Amina: Vivere da persona nera (o da persona appartenente ad un’altra minoranza etnica) in Italia potrei definirlo faticoso perché c’è sempre la consapevolezza di avere più ostacoli degl’altri per raggiungere un obiettivo e che nella vita dovrai affrontare tante situazioni scomode come discriminazioni, difficoltà ad ottenere posizioni lavorative di rilievo, carenza di prodotti per la cura dei capelli ecc. Spesso questo paese non ci vede, sembriamo invisibili ma non lo siamo.
FoL: Hai avuto difficoltà in ambito lavorativo soprattutto nel settore moda per il colore della tua pelle?
Amina: Mi sono appena affacciata nel settore della moda e devo dire che in questo ambito le cose stanno cambiando più in fretta rispetto al resto ma spesso mi è capitato di avere a che fare con professionisti che non sanno come gestire il capello afro o gli incarnati scuri e questa è una lacuna che dev’essere colmata.
FoL: Pensi che la situazione in ambito di inclusività ultimamente sia migliorata o c’è ancora un margine di miglioramento?
Amina: La situazione è migliorata ma penso che ci sia ancora tantissimo da fare: Ad oggi non siamo ancora rappresentati adeguatamente e non solo nel campo televisivo e cinematografico ma anche nella vita quotidiana perché abbiamo pochissimi medici, insegnanti, psicologi, politici Bipoc.
FoL: Durante la fase iniziale del covid, soprattutto in Italia come primo paese ad avere un gran numero di contagi, la comunità asiatica è stata additata come colpevole dello sviluppo del virus. Ti è capitato di subire degli attacchi per questo motivo?
Lucrezia: Io personalmente non sono stata attaccata, ma le persone che conosco e altri asiatici sono stati attaccati alcune volte, sono stati rimproverati, bullizzati e isolati da alcune persone “ignoranti”. Sebbene il covid sia iniziato in Asia e si sia lentamente diffuso ad altri paesi, nessuno di noi dovrebbe accusare, dovremmo tutti collaborare per risolvere questo problema. La colpa non è la soluzione. Pertanto, dovremmo tutti prendere precauzioni per evitare che il virus si diffonda ulteriormente.
FoL: In Italia gli asiatici sono spesso marginalizzati più che discriminati, costretti a formare delle piccole comunità. Pensi che le opportunità lavorative in Italia siano le stesse rispetto ai bianchi? Le opportunità di carriera di alto livello sono comunque raggiungibili?
Lucrezia: Certo, altrimenti sarebbe razzista. Finché una persona è abbastanza forte, abbastanza intelligente può fare tutto ciò che vuole, anche se è asiatico. Perché ha le capacità di raggiungere questi obbiettivi.
FoL: L’asia, in particolare la Cina, si sta sviluppando sempre di più dal punto di vista economico e tecnologico. Le opportunità per le nuove generazioni di ragazzi asiatici saranno di più rispetto a quelle dei propri genitori, nonostante ciò cosa spinge i ragazzi a voler andare all’estero sia per studiare che per lavorare?
Lucrezia: Personalmente penso che lo scopo di mandare i ragazzi a studiare all’estero o a lavorare sia quello di apprendere le conoscenze culturali, l’industria e la tecnologia unica di altri paesi.












